Come Stabilire il Valore Patrimoniale di un Titolo

Stabilire il valore patrimoniale contenuto in un titolo azionario
è un’operazione relativamente semplice:
basta dividere i mezzi propri per il numero delle azioni ordinarie emesse.
Il valore patrimoniale contenuto in un titolo azionario, in inglese, si chiama
Book Value Per Share.

Per indicare se un titolo è quotato al di sopra o al di sotto del suo Book Value
si usa il rapporto Price/Book Value
vale a dire il rapporto fra il prezzo corrente ed il suo valore patrimoniale intrinseco.
Il tutto, normalmente riferito all’ultimo bilancio trimestrale:
Most Recent Quarter (mrq).

Tale rapporto, ovviamente sarà uguale a 1 se il titolo quota esattamente i mezzi propri per azione;
inferiore a 1, se il titolo ha un prezzo inferiore al suo valore patrimoniale intrinseco, cioè al suo Book Value;
superiore a 1, se il prezzo del titolo è superiore al suo Book Value.

Il rapporto Price/Book Value ci indica quindi con immediatezza
se un titolo è sottovalutato ( undervalued ) ovvero sopravvalutato ( overvalued ) .
Questo, tuttavia, non basta a stabilire il giusto valore ( Fair Value) di un titolo.

Se, per esempio, una società lavora costantemente in perdita, senza che esista la speranza di un ritorno all’utile
in tempi ragionevoli, è ovvio che trimestre dopo trimestre il patrimonio della società in questione diminuisce. Di
conseguenza, le sue azioni avranno una quotazione inferiore al loro valore patrimoniale intrinseco. Non è detto,
però, che acquistarle si riveli un buon affare. Anzi, semmai, il contrario.
Se, al contrario, una società che presenta utili in costante crescita sarà quotata ben al di sopra del suo valore
intrinseco, specie se si prevede una prosecuzione di tale crescita in futuro. Acquistare le sue azioni, però, non è
detto che sia un cattivo affare.

Il Price/Book Value, quindi, è solo uno degli indicatori utili all’analisi.
Importante, necessario ma non sufficiente.

Come Lavorare nel Settore dei Beni Culturali

Lavorare nel settore dei Beni Culturali, biblioteche, musei è una meta ambita da quei giovani che amano la cultura e vogliono proteggere, promuovere, difendere il patrimonio culturale nazionale.

Sono moltissime le professioni che è possibile intraprendere in questo settore: si va dal bibliotecario all’addetto alla gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico; dall’antiquario al manager culturale.

L’Italia conserva il più grande patrimonio artistico culturale del mondo. La tradizione culturale e artistico letteraria è immensa: sono migliaia i turisti che ogni anno si recano nel nostro Paese.

I beni culturali oltre che un valore culturale immenso, hanno anche un valore economico incommensurabile.

L’addetto alla gestione e valorizzazione dei beni culturali si preoccupa dunque in primis di valorizzare il patrimonio storico, artistico e culturale attraverso la progettazione di interventi diretti alla loro promozione, valorizzazione e tutela.

La formazione adatta a lavorare nel settore varia da professione in professione, ma i corsi universitari che garantiscono l’accesso a questo settore sono: la laurea in Conservazione dei Beni Culturali, Scienze dei Beni Culturali, Operatore dei Beni Culturali.

Sono corsi che preparano al meglio, perché offrono un’ampia formazione culturale ed è poi possibile specializzarsi per periodi storici.

L’operatore dei beni culturali ha molte responsabilità e può operare in molteplici ambiti: esegue studi e ricerche nel campo di competenze e programma l’intervento più adatto.

Lavorare nei Beni culturali significa innanzitutto conoscere ampiamente il nostro patrimonio, promuoverlo e proteggerlo dall’incuria affinché possa essere conservato nel tempo.

L’operatore e il gestore dei beni culturali organizza mostre ed eventi tematici in collaborazione con altre strutture pubbliche e private del settore. Si occupa anche di inventari e archiviazione.

Come Valutare i Titoli – Prezzo

Il primo fondamentale dato che possiamo ottenere su di un valore quotato è il suo prezzo.

Il prezzo corrente, considerato come indicatore a sé stante, non fornisce nessuna indicazione
circa la convenienza o meno ad investire su di un determinato titolo.
Il prezzo corrente assume un significato solo se rapportato al giusto valore (Fair Value)
da attribuire al titolo in questione usando i parametri dell’analisi fondamentale.

Alcuni investitori, talvolta inconsapevolmente, cadono nell’errore psicologico di attribuire al prezzo di un titolo un valore apparente
che li porta a considerare un prezzo relativamente basso, ad esempio 10$, un indice di convenienza; laddove un prezzo relativamente
elevato, ad esempio 100$, rappresenterebbe invece un titolo “costoso” e quindi poco suscettibile di ulteriore apprezzamento.
Questo errore psicologico di valutazione, più diffuso di quanto non pensiate, non tiene conto, ad esempio, del contenuto patrimoniale
del titolo (Book Value). Il titolo che quota 10$ potrebbe infatti essere valutato al 500% del suo contenuto patrimoniale, mentre quello
che quota 100$ potrebbe essere valutato solo al 75%.
In riferimento al suo contenuto patrimoniale,  ovviamente, la convenienza del titolo che quota 100$ risulta più che evidente, anche in
presenza di un valore apparente di mercato pari a dieci volte il titolo da 10$.

La percezione psicologica del significato del prezzo, tuttavia, è tanto importante
che la maggior parte delle società tende a mantenere la quotazione dei suoi titoli
all’interno di un intervallo di “normalità” compreso fra i 20 e i 50 dollari per azione,
ricorrendo, nel caso il prezzo delle azioni assuma valori unitari troppo elevati, ad una operazione
di frazionamento delle azioni in circolazione che prende il nome di Split.

Una operazione di frazionamento delle azioni in circolazione (Split) ha un significato esclusivamente psicologico e non incide minima-
mente sulla partecipazione dell’investitore al patrimonio ed agli utili sociali. Per fare un esempio, se una società ha 10 milioni di azioni
in circolazione valutate sul mercato 50$ e le fraziona in ragione di 2 nuove azioni ogni vecchia, si troverà ad avere 20 milioni di azioni
valutate dal mercato 25$. Parallelamente, l’azionista possessore di 100 azioni vecchie si troverà in possesso di 200 azioni nuove, per
cui nulla cambia né nel valore del suo investimento né nella sua partecipazione percentuale al patrimonio ed agli utili della società.

L’unica cosa che cambierà, infatti, sarà la percezione psicologica del prezzo. Se a 50$ quel titolo poteva sembrare caro, a 30$  può
apparire addirittura conveniente. Eppure a 30$ la quotazione corrsponde a 60$ per azione prima del frazionamento! Misteri della
psiche umana: dal momento che il titolo non ha mutato nome, siamo portati a considerarlo sempre lo stesso titolo e non la sua metà.
Nell’esempio fatto, anche senza usare i parametri dell’analisi fondamentale, la cosa appare subito evidente; ma a fronte di ripetuti Split
che adottino rapporti di cambio diversi e più insidiosi (per esempio 7 ogni 6, poi 11 ogni 9, quindi  9 ogni 8 e così via) il pericolo di
cadere nella trappola è reale.

La percezione psicologica del significato del prezzo può inoltre indurci nell’errore
di ritenere  che le società aventi titoli quotati ad un prezzo unitario elevato, ad esempio 100$,
siano più solide e quindi più sicure di quelle con titoli quotati ad un livello apparentemente più modesto.
Un valore unitario elevato significa solo che la società, pur in presenza di quotazioni in costante crescita,
non ricorre, o ricorre raramente, ad operazioni di frazionamento (Split);
magari al solo scopo di avvalorare un’immagine da Blue Chips presso gli investitori.
Mentre, in realtà, le Blue Chips sono le società a più alta capitalizzazione,
non quelle con i titoli a prezzo unitario più elevato.

Sia nei mercati azionari americani riconosciuti come Stock Exchange che nel Nasdaq,
vige la regola per cui i titoli con una quotazione inferiore ad un dollaro dopo un certo periodo,
di norma tre mesi, vengono cancellati dal listino (Delisted).
Dopo di che tali valori verranno trattati esclusivamente fuori Borsa, all’ Over-the-Counter.

La percezione psicologica del significato del prezzo, vale a dire la forma, prevale quindi sulla sostanza, rappresentata dagli indicatori
dell’analisi fondamentale, non solo nelle scelte emotive degli investitori ma addirittura nei regolamenti dei mercati.

Di fatto, se da una parte è vero che i titoli con quotazione inferiore ad un dollaro spesso rappresentano società che hanno dichiarato
bancarotta o sono in procinto di farlo (ragion per cui molti diffidano dei titoli che hanno una quotazione inferiore ai 5$, considerandola
l’anticamera di un possibile declassamento a Penny Stoks), d’altra parte è anche vero che molti venditori di illusioni nell’anno 2000
avevano titoli quotati al Nasdaq centinaia di dollari per azione (nonostante le continue operazioni di Split finalizzate a “normalizzare” il
prezzo unitario) senza che per questo quei titoli valessero qualcosa in più della carta sulla quale erano stampati.

Sia per per evitare che i propri titoli vengano d’autorità cacellati dal listino (Delisted),
sia per ragioni di immagine connesse alla percezione psicologica del significato del prezzo,
le società quotate possono decidere di raggruppare le azioni in circolazione con un Reverse Split.

Una operazione di raggruppamento delle azioni in circolazione (Reverse Split) ha un significato esclusivamente psicologico e non
incide minimamente sulla partecipazione dell’investitore al patrimonio ed agli utili sociali. Per fare un esempio, se una società ha 100
milioni di azioni in circolazione valutate sul mercato 0.8$ e le raggruppa in ragione di 1 nuova azione ogni 10 vecchie possedute, si
troverà ad avere 10 milioni di nuove azioni valutate dal mercato 8$. Parallelamente, l’azionista possessore di 1000 azioni vecchie si
troverà in possesso di 100 azioni nuove, per cui nulla cambia né nel valore del suo investimento né nella sua partecipazione percen-
tuale al patrimonio ed agli utili della società.

Lavoro e Tecnologia – Professioni con Migliori Retribuzioni

Il lavoro nel comparto hi-tech italiano e internazionale è una meta ambita da centinaia di migliaia di giovani. Ma siamo sicuri di sapere esattamente quali sono gli sbocchi professionali che le società (o la libera professione) sono in grado di riservarci?

Ecco un breve elenco dei 6 lavori hi-tech più pagati in Italia, con i pro e i contro di ciascuna professione

Analista Computer System, l’analista di sistemi di computer lavora risolvendo i problemi tecnologici, realizzando nuovi sistemi di rete, predisponendo le migliori combinazioni hardware e software, integrando nuove applicazioni software e così via. All’interno di questa grande categoria professionale, vi consigliamo di specializzarvi in un segmento più ristretto, che possa costituire il vostro vero valore aggiunto (es. sistemi finanziari e scientifici).

Amministratore di database, è quel professionista che installa e cura i server di database. Considerando che al giorno d’oggi un buon database è pressochè indispensabile per gestire le information in rete (e attivare sistemi appositi), è fondamentale che tale professionista sia contraddistinto da una continua ricerca alla perfezione del proprio operato, e che possa fruire di un costante aggiornamento utile per esser sempre al passo con le ultime innovazioni.

Programmatore software, è colui che sviluppa i software – o integra parte di essi – contribuendo a personalizzare i programmi informatici a seconda delle dinamiche esigenze aziendali.

Web Developer, è il professionista che si occupa di sviluppare web application, andando a assembleare, strutturare e gestire un sito sul fronte delle automazioni, interfacciandosi frequentemente con web designer, web master, web content manager.

Computer Systems Administrator, è il professionista che si occupa di mantenere e di gestire un sistema di computer o di rete, andando a curare l’installazione, il supporto e la manutenzione dei server o di altri sistemi informatici, andando a gestire o pianificare le manutenzioni e le migliorie, o ancora fungendo opera di supervisione o di formazione di operatori di computer, e di consulenza per eventuali risoluzioni di problematiche specifiche.

IT Manager, è colui che diviene responsabile per l’attuazione e per il mantenimento dell’infrastruttura tecnologica di un’azienda. È una risorsa estremamente importante in quelle aziende che si basano su un sistema di elaborazione centrale di informazioni molto avanzato, poiché dovrà supportare sia la fase di gestione che la fase di comunicazione dei dati in maniera efficiente, monitorando le esigenze operative dell’organizzazione, delle strategie di ricerche e di soluzioni tecnologiche.

Analisi Fondamentale – Fonti Ufficiose

Per fonti ufficiose intendiamo le analisi e le previsioni degli esperti circa il probabile evolversi
della situazione economica di un’azienda, di un settore, di una nazione
ovvero dell’economia mondiale.

Mentre le fonti ufficiali presentano dati statici riferiti al più recente passato,
le fonti ufficiose ipotizzano degli scenari dinamici riferiti al futuro prossimo.

Le fonti ufficiali, quindi, forniscono le basi certe su cui fondare la ricerca del giusto valore;
laddove le fonti ufficiose forniscono semplici opinioni.

Per quanto basate su studi approfonditi, analisi, comparazioni,
e soprattutto su notizie successive alla pubblicazione delle fonti ufficiali,
tali opinioni sono e restano delle ipotesi.

Le previsioni degli analisti per noi più interessanti riguardano
la crescita dell’utile (Earning Growth) e del fatturato (Revenue Growth),
anche se è soprattutto sull’utile per azione che si concentra l’attenzione degli investitori.

Per elaborare le loro previsioni sui futuri utili trimestrali o annuali gli esperti si basano, oltre che
sui dati ufficiali derivanti dai bilanci e dai rapporti, su modelli previsionali basati anche sulle
anticipazioni che la società stessa fornisce al pubblico al di fuori delle occasioni ufficiali.

Ogni variazione sulle previsioni influenza la quotazione di un titolo,
in senso positivo o negativo, poiché va a modificare importanti indicatori usati dall’analisi fondamentale.
Maggiore ancora è l’influenza delle anticipazioni che la società stessa fornisce al pubblico,
sopratutto se smentiscono clamorosamente le previsioni fatte dagli analisti.

Normalmente, in occasione della presentazione di ogni bilancio trimestrale (Quarterly Report) le società comunicano le loro previsioni
(Outlook) sull’utile previsto per il trimestre successivo (Earning Forecast). Previsioni che non sempre coincidono con quelle degli
analisti.
Talvolta le società, anche al di fuori di tali occasioni, comunicano una variazione delle proprie previsioni (Outlook). In questi casi si
tratta quasi sempre di una variazione negativa, chiamata Earning Warning, comunicata ad arte per cercare di preparare gli azionisti
a dei risultati peggiori di quelli attesi.
In assenza di un Earning Warning, se i risultati ufficiali differiscono da quelli stimati dagli esperti e quindi attesi dal mercato, si parla di
Earning Surprise: una sorpresa che può essere sia negativa che positiva.
Naturalmente le società che emettono Earling Warning se le prospettive peggiorano, ed in caso contrario riservano gradite sorprese
agli azionisti, sono le più apprezzate dagli investitori e dagli analisti. Anche una buona comunicazione aziendale influisce sulla
quotazione di un titolo in Borsa.

L’analisi fondamentale utilizza le previsioni degli esperti per costruire alcuni indicatori dinamici a
complemento del vasto numero di indicatori statici, derivati dalle fonti ufficiali.

In questa operazione,
al fine di rendere il più possibile attendibili gli indicatori dinamici,
l’analisi fondamentale non si avvale dell’opinione di un singolo analista,
ma introduce il concetto di Consensus: vale a dire quella che risulta
la media delle previsioni fra gli analisti
impegnati nello studio e nella formulazione di ipotesi circa un medesimo problema;
ad esempio la crescita degli utili per azione di una determinata società.

Tipico esempio di indicatore statico utilizzato dall’analisi fondamentale è il Price/Earning (P/E) che rappresenta il rapporto fra il
prezzo corrente di un titolo e l’utile per azione realizzato negli ultimi dodici mesi. L’indicatore è definito statico in quanto il dato, circa
l’utile per azione realizzato negli ultimi dodici mesi, varia solo una volta ogni tre mesi; in occasione della presentazione del bilancio
trimestrale (Quarterly Report).
Tipico esempio di indicatore dinamico utilizzato dall’analisi fondamentale è il Price/Earning to Growth (PEG) che rappresenta il
rapporto fra il Price/Earning (P/E) di un titolo ed il suo tasso di crescita degli utili stimato dagli analisti (Earning Growth Estimated).
L’indicatore è definito dinamico in quanto la previsione, circa la crescita degli utili nel futuro prossimo, può variare in ogni momento al
mutare delle opinioni degli analisti.
Naturalmente, l’analisi fondamentale, per valutare questo parametro, non utilizza l’opinione di un singolo analista. Adotta, viceversa,  la
media delle previsioni fra gli analisti impegnati nella formulazione di ipotesi circa la crescita degli utili per azione di quella determinata
società, vale a dire il Consensus: un dato che risulterà tanto più attendibile quanto maggiore è il numero degli analisti coinvolti e
minore l’intervallo temporale al quale si riferiscono le loro previsioni.