Price Earning Ratio – Come Funziona

Dopo la determinazione del suo valore patrimoniale intrinseco ( Book Value )
un altro indicatore utile alla determinazione del giusto prezzo ( Fair Value ) di una azione
risulta essere l’Earning per Share ( EPS )
vale a dire l’utile riferibile ad una singola azione di una società quotata.

Stabilire l’utile per azione contenuto in un valore azionario
è un’operazione relativamente semplice:
basta dividere l’utile netto della società per il numero delle azioni ordinarie emesse.

Il rapporto fra il prezzo corrente del titolo
e gli utili societari di sua pertinenza
si chiama Price/Earning ( P/E )
e rappresenta, insieme al Price/Book Value, uno degli indicatori fondamentali utili all’analisi.

Il  P/E ttm (Trailing Twelve Months) è il rapporto fra il prezzo corrente di un titolo azionario
e l’utile per azione  (EPS) realizzato negli ultimi dodici mesi .

Nelle analisi operative, tuttavia, è più usato il Forward P/E
Price Earning calcolato sulla media delle previsioni di utile (Earning Estimated)
per la fine dell’anno fiscale (Fiscal Year End).

Con il rapporto Price/Book, capire se un titolo è sottovalutato ( undervalued ) o sopravvalutato ( overvalued ) è
piuttosto semplice, a seconda che il valore del rapporto risulti inferiore o superiore ad 1.
Con il rapporto Price/Earning la faccenda diventa leggermente più complessa,
in quanto il P/E di una azione ha valenza diversa a seconda dei tassi di interesse correnti sul mercato.

Il Price/Earnings funziona a questo modo:
con un P/E = 10, il titolo quota 10 volte gli utili, vale a dire che l’utile per azione EPS = 10,00% del prezzo;
con un P/E = 15, il titolo quota 15 volte gli utili, vale a dire che l’utile per azione EPS =  6,66% del prezzo;
con un P/E = 20, il titolo quota 20 volte gli utili, vale a dire che l’utile per azione EPS =   5,00% del prezzo;
con un P/E = 25, il titolo quota 25 volte gli utili, vale a dire che l’utile per azione EPS  =  4,00% del prezzo;
con un P/E = 30, il titolo quota 30 volte gli utili, vale a dire che l’utile per azione EPS =  3,33% del prezzo.

Attenzione: le percentuali non rappresentano il rendimento
degli utili distribuiti agli azionisti (Yield ) sotto forma di dividendo,
ma solo la percentuale degli utili netti per azione rispetto al prezzo.

Da questo semplice schema, appare evidente come
la convenienza di un titolo cresce al diminuire del P/E

A questo punto, quindi abbiamo già due elementi utili all’analisi
il  Price/Book,  per capire se un titolo è sottovalutato ( undervalued ) o sopravvalutato ( overvalued )
a seconda che il valore del rapporto risulti inferiore o superiore ad 1,
ed il Price/Earning per valutarne la redditività.

Tuttavia bisogna porre attenzione a non fidarsi unicamente di questi due parametri:
come un basso rapporto di Price/Book  può indicare una società che erode il suo patrimonio con le perdite,
così un rapporto P/E troppo basso può essere un segnale di allarme circa
quelle che sono le aspettative del mercato riguardo a quel determinato titolo,
mentre un P/E troppo elevato può essere un segnale di fiducia nelle future
prospettive della società rappresentata dal titolo in questione.

Per valutare se il rapporto P/E è alto o basso bisogna far riferimento ai tassi di interesse correnti.
Un sicuro punto di riferimento, per quanto riguarda i tassi di interesse, lo possiamo trovare nel
rendimento dei Buoni del Tesoro ( Treasuries ) con scadenza decennale,
un dato quotidianamente rilevabile secondo per secondo.

Naturalmente, il rischio positivo o negativo di un investimento azionario è molto più grande rispetto a quello in Buoni del Tesoro.
Ragion per cui tale tasso servirà soltanto come pietra di paragone ( Benchmark ) al fine di valutare un Price Earning.

Per semplificare al massimo, possiamo dire che
con un rendimento dei Buoni del Tesoro decennali del 5%
un P/E = 5  che corrisponde ad un EPS pari al 20% del prezzo
è sicuramente un segno che per l’immediato futuro potrebbero esserci dei problemi,
mentre un P/E = 50 che corrisponde ad un EPS pari al 2% del prezzo,
potrebbe rappresentare un segnale di fiducia nelle prospettive di crescita future.

Per quantificare il giusto rapporto P/E non esiste una formula matematica precisa.
Diciamo che, con un rendimento dei Buoni del Tesoro decennali al 5%,
il giusto P/E è compreso fra 15 e 25 per i settori industriali tradizionali,
mentre, per i settori a più rapido sviluppo può anche salire sino a 50 – 60.

Per valutare il Price/Earning, però, non si deve fare riferimento solo ai tassi di interesse correnti
ma anche alle prospettive di crescita dell’utile per azione ( EPS )
sintetizzate nel rapporto Price Earnings to Growth ( PEG )

Come tutti i fondamentali,
il Price Earning non può essere valutato come dato singolo,
ma va sempre comparato con il P/E medio delle società concorrenti
e magari anche con quello medio del mercato.

Come Funziona il Part Time

I contratti part time sono stati rilevanti in questo anno appena trascorso, per dare ampio respiro all’economia. Infatti è un contratto molto utilizzato, specie in momenti di crisi come questo.

Il part time è un rapporto di lavoro subordinato, che ha un orario di lavoro inferiore rispetto a quello standard della contrattazione collettiva. Anche il contratto part time può essere sia a tempo determinato che indeterminato. A seconda di come sono organizzate le ore di lavoro, il part time può essere orizzontale o verticale. Per dettagli è possibile vedere questa guida sul part time su Guidelavoro.net.

Il contratto part time, rende più semplice l’ingresso nel mondo del lavoro. Ma può accadere che su accordo delle parti venga trasformato il contratto di lavoro da full time a part time. L’accordo scritto deve essere convalidato dalla direzione provinciale del Lavoro competente. Ma in questo campo ci sono delle novità. Sono state introdotte alcune clausole.

Alcune clausole definite flessibili riguardano la collocazione temporale del lavoro. Il datore può decidere di cambiare l’ orario delle prestazioni, anche se la quantità di mansioni da svolgere è sempre la stessa. In base ad un patto scritto è possibile esercitare questa opzione. Il lavoratore deve essere informato almeno 5 giorni prima, della variazione. Il mancato rispetto di questo obbligo comporta il pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno.

C’è la possibilità però di aumentare anche le prestazioni e le mansioni lavorative da parte del datore di lavoro: si chiamano clausole elastiche, senza che le ore aggiuntive siano computate come straordinario.

Come Stabilire il Valore Patrimoniale di un Titolo

Stabilire il valore patrimoniale contenuto in un titolo azionario
è un’operazione relativamente semplice:
basta dividere i mezzi propri per il numero delle azioni ordinarie emesse.
Il valore patrimoniale contenuto in un titolo azionario, in inglese, si chiama
Book Value Per Share.

Per indicare se un titolo è quotato al di sopra o al di sotto del suo Book Value
si usa il rapporto Price/Book Value
vale a dire il rapporto fra il prezzo corrente ed il suo valore patrimoniale intrinseco.
Il tutto, normalmente riferito all’ultimo bilancio trimestrale:
Most Recent Quarter (mrq).

Tale rapporto, ovviamente sarà uguale a 1 se il titolo quota esattamente i mezzi propri per azione;
inferiore a 1, se il titolo ha un prezzo inferiore al suo valore patrimoniale intrinseco, cioè al suo Book Value;
superiore a 1, se il prezzo del titolo è superiore al suo Book Value.

Il rapporto Price/Book Value ci indica quindi con immediatezza
se un titolo è sottovalutato ( undervalued ) ovvero sopravvalutato ( overvalued ) .
Questo, tuttavia, non basta a stabilire il giusto valore ( Fair Value) di un titolo.

Se, per esempio, una società lavora costantemente in perdita, senza che esista la speranza di un ritorno all’utile
in tempi ragionevoli, è ovvio che trimestre dopo trimestre il patrimonio della società in questione diminuisce. Di
conseguenza, le sue azioni avranno una quotazione inferiore al loro valore patrimoniale intrinseco. Non è detto,
però, che acquistarle si riveli un buon affare. Anzi, semmai, il contrario.
Se, al contrario, una società che presenta utili in costante crescita sarà quotata ben al di sopra del suo valore
intrinseco, specie se si prevede una prosecuzione di tale crescita in futuro. Acquistare le sue azioni, però, non è
detto che sia un cattivo affare.

Il Price/Book Value, quindi, è solo uno degli indicatori utili all’analisi.
Importante, necessario ma non sufficiente.

Come Lavorare nel Settore dei Beni Culturali

Lavorare nel settore dei Beni Culturali, biblioteche, musei è una meta ambita da quei giovani che amano la cultura e vogliono proteggere, promuovere, difendere il patrimonio culturale nazionale.

Sono moltissime le professioni che è possibile intraprendere in questo settore: si va dal bibliotecario all’addetto alla gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico; dall’antiquario al manager culturale.

L’Italia conserva il più grande patrimonio artistico culturale del mondo. La tradizione culturale e artistico letteraria è immensa: sono migliaia i turisti che ogni anno si recano nel nostro Paese.

I beni culturali oltre che un valore culturale immenso, hanno anche un valore economico incommensurabile.

L’addetto alla gestione e valorizzazione dei beni culturali si preoccupa dunque in primis di valorizzare il patrimonio storico, artistico e culturale attraverso la progettazione di interventi diretti alla loro promozione, valorizzazione e tutela.

La formazione adatta a lavorare nel settore varia da professione in professione, ma i corsi universitari che garantiscono l’accesso a questo settore sono: la laurea in Conservazione dei Beni Culturali, Scienze dei Beni Culturali, Operatore dei Beni Culturali.

Sono corsi che preparano al meglio, perché offrono un’ampia formazione culturale ed è poi possibile specializzarsi per periodi storici.

L’operatore dei beni culturali ha molte responsabilità e può operare in molteplici ambiti: esegue studi e ricerche nel campo di competenze e programma l’intervento più adatto.

Lavorare nei Beni culturali significa innanzitutto conoscere ampiamente il nostro patrimonio, promuoverlo e proteggerlo dall’incuria affinché possa essere conservato nel tempo.

L’operatore e il gestore dei beni culturali organizza mostre ed eventi tematici in collaborazione con altre strutture pubbliche e private del settore. Si occupa anche di inventari e archiviazione.

Come Valutare i Titoli – Prezzo

Il primo fondamentale dato che possiamo ottenere su di un valore quotato è il suo prezzo.

Il prezzo corrente, considerato come indicatore a sé stante, non fornisce nessuna indicazione
circa la convenienza o meno ad investire su di un determinato titolo.
Il prezzo corrente assume un significato solo se rapportato al giusto valore (Fair Value)
da attribuire al titolo in questione usando i parametri dell’analisi fondamentale.

Alcuni investitori, talvolta inconsapevolmente, cadono nell’errore psicologico di attribuire al prezzo di un titolo un valore apparente
che li porta a considerare un prezzo relativamente basso, ad esempio 10$, un indice di convenienza; laddove un prezzo relativamente
elevato, ad esempio 100$, rappresenterebbe invece un titolo “costoso” e quindi poco suscettibile di ulteriore apprezzamento.
Questo errore psicologico di valutazione, più diffuso di quanto non pensiate, non tiene conto, ad esempio, del contenuto patrimoniale
del titolo (Book Value). Il titolo che quota 10$ potrebbe infatti essere valutato al 500% del suo contenuto patrimoniale, mentre quello
che quota 100$ potrebbe essere valutato solo al 75%.
In riferimento al suo contenuto patrimoniale,  ovviamente, la convenienza del titolo che quota 100$ risulta più che evidente, anche in
presenza di un valore apparente di mercato pari a dieci volte il titolo da 10$.

La percezione psicologica del significato del prezzo, tuttavia, è tanto importante
che la maggior parte delle società tende a mantenere la quotazione dei suoi titoli
all’interno di un intervallo di “normalità” compreso fra i 20 e i 50 dollari per azione,
ricorrendo, nel caso il prezzo delle azioni assuma valori unitari troppo elevati, ad una operazione
di frazionamento delle azioni in circolazione che prende il nome di Split.

Una operazione di frazionamento delle azioni in circolazione (Split) ha un significato esclusivamente psicologico e non incide minima-
mente sulla partecipazione dell’investitore al patrimonio ed agli utili sociali. Per fare un esempio, se una società ha 10 milioni di azioni
in circolazione valutate sul mercato 50$ e le fraziona in ragione di 2 nuove azioni ogni vecchia, si troverà ad avere 20 milioni di azioni
valutate dal mercato 25$. Parallelamente, l’azionista possessore di 100 azioni vecchie si troverà in possesso di 200 azioni nuove, per
cui nulla cambia né nel valore del suo investimento né nella sua partecipazione percentuale al patrimonio ed agli utili della società.

L’unica cosa che cambierà, infatti, sarà la percezione psicologica del prezzo. Se a 50$ quel titolo poteva sembrare caro, a 30$  può
apparire addirittura conveniente. Eppure a 30$ la quotazione corrsponde a 60$ per azione prima del frazionamento! Misteri della
psiche umana: dal momento che il titolo non ha mutato nome, siamo portati a considerarlo sempre lo stesso titolo e non la sua metà.
Nell’esempio fatto, anche senza usare i parametri dell’analisi fondamentale, la cosa appare subito evidente; ma a fronte di ripetuti Split
che adottino rapporti di cambio diversi e più insidiosi (per esempio 7 ogni 6, poi 11 ogni 9, quindi  9 ogni 8 e così via) il pericolo di
cadere nella trappola è reale.

La percezione psicologica del significato del prezzo può inoltre indurci nell’errore
di ritenere  che le società aventi titoli quotati ad un prezzo unitario elevato, ad esempio 100$,
siano più solide e quindi più sicure di quelle con titoli quotati ad un livello apparentemente più modesto.
Un valore unitario elevato significa solo che la società, pur in presenza di quotazioni in costante crescita,
non ricorre, o ricorre raramente, ad operazioni di frazionamento (Split);
magari al solo scopo di avvalorare un’immagine da Blue Chips presso gli investitori.
Mentre, in realtà, le Blue Chips sono le società a più alta capitalizzazione,
non quelle con i titoli a prezzo unitario più elevato.

Sia nei mercati azionari americani riconosciuti come Stock Exchange che nel Nasdaq,
vige la regola per cui i titoli con una quotazione inferiore ad un dollaro dopo un certo periodo,
di norma tre mesi, vengono cancellati dal listino (Delisted).
Dopo di che tali valori verranno trattati esclusivamente fuori Borsa, all’ Over-the-Counter.

La percezione psicologica del significato del prezzo, vale a dire la forma, prevale quindi sulla sostanza, rappresentata dagli indicatori
dell’analisi fondamentale, non solo nelle scelte emotive degli investitori ma addirittura nei regolamenti dei mercati.

Di fatto, se da una parte è vero che i titoli con quotazione inferiore ad un dollaro spesso rappresentano società che hanno dichiarato
bancarotta o sono in procinto di farlo (ragion per cui molti diffidano dei titoli che hanno una quotazione inferiore ai 5$, considerandola
l’anticamera di un possibile declassamento a Penny Stoks), d’altra parte è anche vero che molti venditori di illusioni nell’anno 2000
avevano titoli quotati al Nasdaq centinaia di dollari per azione (nonostante le continue operazioni di Split finalizzate a “normalizzare” il
prezzo unitario) senza che per questo quei titoli valessero qualcosa in più della carta sulla quale erano stampati.

Sia per per evitare che i propri titoli vengano d’autorità cacellati dal listino (Delisted),
sia per ragioni di immagine connesse alla percezione psicologica del significato del prezzo,
le società quotate possono decidere di raggruppare le azioni in circolazione con un Reverse Split.

Una operazione di raggruppamento delle azioni in circolazione (Reverse Split) ha un significato esclusivamente psicologico e non
incide minimamente sulla partecipazione dell’investitore al patrimonio ed agli utili sociali. Per fare un esempio, se una società ha 100
milioni di azioni in circolazione valutate sul mercato 0.8$ e le raggruppa in ragione di 1 nuova azione ogni 10 vecchie possedute, si
troverà ad avere 10 milioni di nuove azioni valutate dal mercato 8$. Parallelamente, l’azionista possessore di 1000 azioni vecchie si
troverà in possesso di 100 azioni nuove, per cui nulla cambia né nel valore del suo investimento né nella sua partecipazione percen-
tuale al patrimonio ed agli utili della società.